Antefatto
Davide, il papà della piccola Marina, le aveva comprato quel giocattolo con lo stesso identico spirito con cui si sarebbe prelevato un litro di sangue per aiutare la famiglia.
Si trovavano al centro commerciale e mentre la moglie era in attesa al banco gastronomia, lui e la bambina gironzolavano per i reparti. Era già da tempo che Marina non voleva più essere sistemata nella seduta del carrello: “Sono una signorina”, erano state le parole giunte dall’alto dei suoi quattro anni.
Tutti e tre attraversavano un periodo molto duro e complicato. In soli sei mesi, l’azienda dove i due giovani genitori lavorano, li aveva messi entrambi in cassa integrazione.
Con gli stipendi quasi dimezzati e i costi della vita che non tendevano a diminuire, già all’inizio della terza settimana iniziavano i problemi.
L’acquisto di ogni cosa doveva essere vagliato e approvato dal “consiglio familiare”, come ironicamente dicevano per sdrammatizzare. Cibo e vestiario erano sempre le priorità, potevano saltare qualche bolletta facendosi poi richiamare un paio di volte, ma un giocattolo no. Un giocattolo non era da prendere in considerazione.
Appena laureato in economia e commercio, Davide prevedeva un futuro molto differente da quello che invece anche quel giorno stava tristemente vivendo. Spingeva il carrello con la mano destra mentre con la sinistra torturava la fodera della tasca vuota. In quell’istante capì che per sentirsi ricco non necessitava di sfoggiare un orologio da diecimila euro o una fiammante fuoriserie.
Sarebbe stato sufficiente avere a disposizione dieci minuti durante i quali poter mettere dentro al freddo recipiente metallico con le ruote alcune cose per la famiglia, senza il problema di guardare il prezzo degli alimenti o di doversi per forza trovare lì il giorno in cui tre buoni sconto avrebbero garantito qualche necessario centesimo di risparmio.
Marina allungò nuovamente la manina nella direzione di quel cellulare-giocattolo di un rosso splendente e poi guardò con occhi supplichevoli il papà. Costava nove euro e novanta. Costava come quasi dieci chili di pasta, come qualche etto di prosciutto in busta, come diversi pezzi di formaggio, come due pacchetti della sue tanto amate, ma oramai dimenticate sigarette. Fu più forte di lui. Prese il balocco e lo consegnò alla figlia, la quale, a modo suo lo ripagò con la valuta più preziosa: un sorriso radioso.
Quella stessa notte, mentre Davide a Giorgia dormivano nel loro letto, la piccola Marina era nella sua cameretta. Tra le manine il meraviglioso giocattolo che prima aveva iniziato a brillare e successivamente a emettere un suono simile a quelli dei vecchi e pesanti telefoni a rotella del passato.
La bimba schiacciò il bottone verde, se lo portò all’orecchio e rispose con una vocina innocente ma sicura.
<Pronto... Sì sono io. Ciao... come stai? Sì... aha... certo che posso sentirti... anche tu mi manchi...>
Schiacciò il bottone rosso, infilò il cellulare-giocattolo sotto il cuscino e chiuse gli occhi contenta di aver ricevuto la buona notte dalla sua amata maestra dell’asilo.
L’adorata e giovane maestra che si era tolta la vita pochi mesi prima ingerendo una massiccia dose di veleno per topi, dopo aver saputo di essere condannata a morte da un cancro ai polmoni grosso come un arancio.